Domanda:
Voi dite che la
sensibilità è una porta verso il silenzio. È vero che quando io mi concentro
sul mio corpo, una tranquillità viene e questo mi rende felice. Io mi domandavo
se questo faccia parte solamente di un immaginario, di una speranza… Ha
conosciuto lei con il Sig. Jean Klein, questo spazio di entusiasmo, questa
sensazione che io ho di aver trovato qualcosa di straordinario?
Risposta:
Jean Klein non chiedeva
niente. È quello che mi ha più segnato accanto a lui. Non vi chiedeva di
cambiare. Non aveva nessuna violenza verso i vostri comportamenti.
Jean Klein vi
incontrava, vi vedeva tale quale voi eravate, con i vostri conflitti, i vostri
problemi e neanche un istante vi voleva cambiare, neanche di un millimetro. È
un rispetto straordinario! Pensate a tutti i guru, a tutti gli insegnanti che
trasformano i loro allievi e, a lor dire, li chiarificano: questo crea forse
altro che degli ego infatuati di loro stessi, che si sentono sempre più
separati da loro stessi, dall’universo intero?
Non richiedeva alcuna
trasformazione e non ha mai indicato alcuna cosa negativa tra i suoi amici. Voi
entravate nella sua camera e lui si meravigliava della vostra bellezza, non
vedeva nient’altro. Naturalmente, la bellezza che vedeva era la sua, ma questa
meraviglia che egli aveva della sua propria bellezza si rifletteva in voi. A
vostra volta, voi eravate meravigliati della sua bellezza. Questa bellezza era
allora la vostra. Voi vi sentivate invitati a restare all’ascolto di quello che
era lì, profondamente, senza mai forzare. Né violenza, né richiesta: voi vi
sentivate totalmente libero. Voi potevate diventare questo o quello, lui non
aveva opinione. Per lui, qualunque cosa foste diventati, era giusta.
Questa atmosfera di non-richiesta
creava una forma di risonanza. Certe persone che avevano passato la loro vita a
volersi cambiare, purificare, si risvegliavano a una sorta di rispetto di se
stessi. Senza sollecitazione, l’ascolto delle loro problematiche si compiva. In
questo ascolto, in modo spontaneo, i problemi si liberavano.
Jean Klein non aveva la
minima esigenza. È per questo che persone di differenti orizzonti venivano a
vederlo. Riceveva sia un gangster legato alla grande criminalità che un
ministro dell’Interno, un coltivatore di marijuana, dei banchieri dell’alta
finanza, degli artisti esuberanti e dei piccoli borghesi traumatizzati da ogni
forma di creatività. A tutti, trasmetteva lo stesso insegnamento: “state dove
siete, non cambiate né stato sociale, né modo di essere ma diventate
disponibili al vostro funzionamento emozionale, intellettuale e sensoriale. Il
silenzio che cercate non si trova da qualche parte ma nella vostra presenza a
ciò che si presenta.” Ognuno usciva maggiormente disponibile alle proprie
caratteristiche.
In questo accoglimento,
si verificava un cambiamento. Era quasi insensibile, Jean Klein non voleva che
le persone cambiassero esteriormente, non voleva avvenimenti psicologici
intorno a lui. Tutta l’esperienza mentale era considerata come una mancanza di
visione, una compensazione. La frequentazione del Samadhi in
qualsiasi forma, dell’assorbimento che ci taglia dalla vita oggettiva, era per
lui una mancanza di prospettiva e avrebbe creato inevitabilmente delle
crescenti difficoltà a far fronte alla vita di tutti i giorni. Non era
questione di uscire dal mondo oggettivo per trovare la pace, piuttosto di
presentire questa pace nella quale il mondo appare e scompare.
Dinanzi a lui, la
vibrazione che s’imponeva spazzava via l’apprensione del mondo oggettivo, per
meglio realizzarsi come una tela di fondo sempre presente nelle percezioni
quotidiane. Questa vibrazione lasciava progressivamente la sua caratteristica
percettibile per diventare la luce che illumina ogni percezione. A un certo
punto, allo stesso modo in cui non si può percepire la luce, diveniva
impossibile percepire la vibrazione in maniera oggettiva.
Su un certo piano,
controllava questo e trasmetteva questa forma di sensibilità. Diceva che il suo
maestro, che considerava come molto più potente di lui, doveva costantemente
sorvegliarsi per evitare che quelli che lo approcciavano, vivessero delle
esperienze particolari. Senza questo, egli avrebbe messo l’accento su delle
situazioni oggettive, su un cambiamento, e si sarebbe fissato sull’esteriore,
sul piano psichico.
Tutto questo non gli
impediva di fornire, individualmente e in casi specifici, dei consigli tra i
più virulenti, tanto sulla pratica yoga che dal punto di vista alimentare –
dove la pelle e i semi di pomodoro potevano diventare dei nemici drammatici-,
sulla vita amorosa o sessuale – dove era fortemente prodigo di consigli
tecnici. I suoi consigli potevano estendersi alla vita politica, agli
investimenti bancari, alle opinioni musicali o a tutt’altro soggetto sociale.
Ma i suoi consigli illuminanti non acquisivano il loro significato compiuto
sino a quando l’allievo non aveva presentito veramente la non-direzione,
l’assenza del bisogno di appropriarsi di una qualsiasi caratteristica. Non
puntava ad una purificazione in vista di un risveglio: era l’orchestrazione
nello spazio-tempo, la trasposizione nella vita di tutti i giorni del
presentimento dell’essenziale. Tendeva a far risuonare in sé una disponibilità
emozionale, intelletuale e fisica nella quale la vita senza intenzione poteva
prendere forma senza troppe resistenze.
In Jean Klein, non c’era
divenire, non c’era direzione. Nient’altro che il rispetto di quello che era.
Questo generava intorno a lui una straordinaria distensione. Poiché non si
doveva più cambiare, ci si sentiva placati. Si era richiamati al suo ascolto
più intimo: la presenza. In questa presenza alla vita, la vita, la natura
potevano cambiare. Ma il bisogno di trasformarsi, di chiarirsi, poco a poco ci
abbandonava.
Tutto era giusto. Non
c’era da liberarsi di nulla. Liberarsi era una forma di violenza: questo
significava che la cosa non era matura. Quando il trauma è maturo, ci lascia:
non c’è da rifiutarlo, da eliminarlo. Una ferita è rispettabile, è un bisogno –
prova ne è la sua presenza. Jean Klein ci insegnava a vivere con essa, a
ascoltare senza aspettativa. In questa ricettività, pacificamente, il trauma a
poco a poco veniva a galla. Quando trovava sufficientemente spazio in noi, si
vuotava. Evidentemente questo approccio era in contrasto con tutte le scuole
yogiche che vogliono estirpare i traumi. Quando si lascia una sicurezza
volontariamente, immancabilmente l’organismo ne cerca un’altra, è senza fine.
L’emanazione del suo insegnamento arrivava da questo rispetto. Era il più
prezioso: sapere che non ho bisogno di niente. Un’autentica non-violenza.
Riguardo all’approccio corporale, quando è divenuto chiaro e facile immergersi
in un bagno tattile, abdicare il corpo in questo silenzio, come lei, ho avuto
la sensazione di aver trovato qualcosa di straordinario. Avere, non importa in
che momento, la possibilità di sprofondare il corpo nell’irraggiamento è un
regalo meraviglioso… È tuttavia molto meno straordinario di trovarsi in
presenza di qualcuno che ascolta, che si meraviglia di tutti gli aspetti del
vostro essere, che non trova nulla da ridire. La sua visone della perfezione vi
portava ad ascoltare la vita senza la minima critica.
La gratitudine per un tale dono non può
che essere eterna.
Traduzione da un brano tratto da: "De l'abandon, Eric Baret Ed. Les
Deux Océan"
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